Arlecchino impenitente

4년 전

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Cari tutti,
dopo qualche giorno d’assenza, duole un poco dover tornare tra voi col capo chino e l’animo gonfio di mestizia – per celebrare la scomparsa di un Gigante…

Gli scarni “coccodrilli” che è facile incontrare in Rete (con l’eccezione dei pochi siti specializzati) lo ricordano un po' laconicamente come uno “sceneggiatore di Star Trek”… Ma Harlan Ellison era decisamente qualcosa di più.

Se n’è andato pochi giorni fa, il 28 giugno, all’età di ottantaquattro anni. Se n’è andato alla chetichella, nel sonno, con una discrezione che da vivo non avrebbe mai avuto. E, presumibilmente, è scivolato via sfoderando uno dei suoi migliori sorrisi, accanto al dito medio ben alzato.

PS - fatta eccezione per la testata qui sopra, che è di mia creazione e proprietà, questo post non ha immagini. Come potrebbe?

Chiunque abbia provato a guadagnarsi il pane scrivendo, sa bene quanto sia difficile. È un gioco complesso, nel quale l’aspirante autore – ancor prima di risolvere i propri “interiori tormenti creativi” e molto prima di conquistare la volatile attenzione dei suoi potenziali lettori – deve sapersi accattivare la simpatia di redattori sottopagati, curatori distratti, editori, recensori e blasonati commentatori. Esprimere, con franchezza, onestà e coraggio il proprio punto di vista su una qualsiasi questione (specie se si tratta di un punto di vista non ortodosso) è una faccenda spinosa in quel campo da gioco. C’è sempre qualche callo che si può inavvertitamente pestare, col rischio di perdere per strada “amicizie”, contatti e opportunità… il sale di questo lavoro, insomma.
Harlan Ellison di tutto ciò se ne fregava. Apparteneva a una generazione di scrittori (e forse a una concezione della scrittura stessa) di cui s’è perso lo stampo. Gente che impugna mazzi di parole come gatti a nove code, per spezzare, disarticolare, mandare a gambe all’aria le inerzie del linguaggio – specchi della pigrizia del pensiero – che sorreggono ogni potere oppressivo, ogni illusione nevrotica, ogni conformismo mentale. “Questa meravigliosa e terribile occupazione che consiste nel ricreare il mondo in un altro modo, ogni volta nuovo e straniero, è un atto di guerriglia rivoluzionaria. Smuovo le acque. Vi do fastidio”. Così Ellison concepiva il proprio fare – con la feroce determinazione creativa di un William Burroughs, l’irriverenza nichilista di un Bukowski e lo spirito militante del giovane Hemingway. Le stesse caratteristiche che – poco prima del post-apocalisse in cui viviamo noi – furono ereditate forse solo dalla prima ondata cyberpunk di Gibson & Sterling…
Sarcastico fino alla crudeltà, egocentrico, attaccabrighe e querelante compulsivo, non era verosimilmente la più affabile delle persone. Anzi, era certamente uno di quelli che nella vita reale non vorremmo in nessun caso avere tra le scatole durante un’allegra serata con gli amici… Ma che, viceversa, abbiamo il disperato bisogno di incontrare al centro di una pagina.

Le cose che troverete in tutti i “coccodrilli” sono grossomodo sempre le stesse: sceneggiò un episodio di Star Trek (The City on the Edge of Forever – cioè Uccidere per amore, 1967) che è ricordato come uno dei migliori della serie; assemblò l’antologia Dangerous Visions (1967), considerata l’atto di fondazione – il manifesto – della New Wave fantascientifica degli anni Settanta; firmò il racconto A Boy and his Dog (1969), da cui il disegnatore Richard Corben trasse il Graphic Novel “di culto” Vic & Blood; scrisse tantissimi racconti (il più citato dei quali è “Repent, Harlequin!” Said the Ticktockman) e pochi romanzi, ricevette un sacco di premi e litigò più o meno con tutti… eccetera, eccetera. Quello che invece voglio dirvi io è, per esempio, che leggere una pagina di Harlan Ellison significa capire perché Stephen King scrive come scrive. “La mia fecondità – ha ammesso il Re di Bangor tra le righe del saggio Danse Macabre (1981) – impallidisce di fronte a quella di Harlan, che ha scritto a una velocità incredibile, finora ha pubblicato più di mille racconti…”, ma questa è solo, come dire, una mera notazione tecnica. Il meglio viene poco dopo, “Lo stile di Ellison è notevole (…) nei suoi racconti migliori, ci sentiamo coinvolti personalmente e si ha la sensazione che lui non stia tanto raccontando la storia, quanto piuttosto la stia punzecchiando per farla uscire dal suo nascondiglio. È la sensazione di camminare con scarpe leggere su un tappeto di vetri infranti o di correre come un pazzo in un campo minato…”. Sono parole che non si rivolgono a caso al primo venuto, denotano un’ammirazione la quale in qualche punto confina con la deferenza. E che King – all’epoca già autore di una dozzina di romanzi stra-venduti e di un’antologia apprezzatissima come A volte ritornano – senta il bisogno di spenderle per il vecchio Harlan … Be’, suona quasi come il pagamento di un debito.

Ed era un obolo dovuto, perché (in materia di stile sarebbe strano il contrario) il Re ha ragione. Il flusso narrativo di Ellison ha quella potente velocità, quella lubrificata organicità – suadente, ipnotica, persuasiva – che si trova nelle pagine anglosassoni più affilate, nella più solida letteratura “di genere”, cosi come in quella cosiddetta “mainstream”, una distinzione che del resto lui avrebbe considerato illusoria o comunque irrilevante. In ogni caso, aveva scelto il Fantastico come parco giochi per la propria penna e quel parco, grazie alla sua penna, si era spesso acceso di una fantasmagoria di colori e luci capaci di far sorridere lo spirito del lettore, renderlo leggero con lo stesso gesto con cui lo tagliava in due. Un liberatorio colpo di rasoio, insomma. Nel racconto Tutte le menzogne che sono la mia vita (1980) – che, non a caso, si srotola lungo un sentiero totalmente realistico – aveva provato a immaginare le propria morte mescolandola con quella di un amico (verosimilmente il grande narratore James Blish, scomparso nel 1975), in un gioco di memorie, sovrapposizioni, incastri e invenzioni che era ed è pura letteratura, senza etichette di sorta. Jimmy Crowstairs – il defunto della storia – è descritto dall’amico Larry Bedloe come uno che “scriveva letteratura fantastica, se c’è proprio bisogno di una casella nella quale imbucarlo; ma insisteva nell’essere chiamato semplicemente uno scrittore”. È l’aspirazione di tutti quelli che fanno questo lavoro; sfuggire alle catalogazioni merceologiche che il sistema ti appiccica alla schiena (quasi fossero uno di quei Pesci d’Aprile con scritto Kick Me!) per poterti vendere con il giusto marketing al giusto pubblico. Ellison era un sopravvissuto: ancora, e più che mai, credeva che essere uno scrittore sia una missione, una militanza, un vitale atto di libertà e civiltà per resistere al torpore di queste lande desolate… “Quando non sei più pericoloso – annotò nell’introduzione del suo Idrogeno e idiozia –, quando fai uscire le tue cose nelle riviste giuste e non devi cercare case editrici sconosciute per pubblicare la tua roba da quattro soldi, quando ti invitano al Johnny Carson Show a discutere cose importanti con altre ‘celebrità’, ti chiamano tafano. Preferisco essere chiamato rompipalle, scocciatura, malcontento, desperado…”.
Mai epitaffio fu più azzeccato.
Grazie e arrivederci a presto.

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Poche parole esprimono ammirazione verso una persona come definirla un sopravvissuto. Di fronte al fallout atomico della cultura e dell'intelletto, dove la pillola rossa di un blockbuster riesce ad oscurare la caverna di un vecchio ateniese, è rinfrancante scorgere in lontananza la sagoma di un uomo che abbia avuto la forza di non spezzarsi e di non annacquare il proprio discontento.

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Sottoscrivo pienamente, caro @grendellor... anche se riconosco che vivere la propria vita "sul bordo di un'eterna barricata intellettuale" è una prospettiva tanto affascinante quanto temibile. C'è un costo in termini di solitudine e perenne conflittualità che può essere sostenuto solo da un'autostima incrollabile, ai limiti del narcisismo... io guardo tutto ciò con ammirazione - ma, lo ammetto, anche con una certa pusillanime prudenza :-)

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Come diceva il nostro comune amico Atreides, il dormiente deve svegliarsi.

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Facile fare il Kwisatz Haderach, quando sei fatto di Spezia :-)