"L'incoscienza di Zeman" Capitolo I

작년

Oggi vi propongo incipit e primo capitolo di questo romanzo da prendere con molta ironia, ma davvero molta!

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In principio creò il 4-3-3.
E vide che era cosa buona, e lo separò dagli altri moduli.
Poi disse «sia la linea di fuorigioco alta, sennò avversari corrono poco».
E così avvenne.
Poi disse «Siano i gradoni, e fateli uno ad uno, senza barare».
E vide che era cosa giusta.
Poi si accese una sigaretta.
E fu credo tattico.

CAPITOLO I - L'INGAGGIO

«Aò, ma che davero t’hanno chiamato Furio?»
Quel giorno iniziò così.
Eh sì, mi chiamo Furio.
Non è che me lo sono scelto io questo nome. È che a mio padre piaceva Verdone, ed è andata così.
Comunque dicevo mi chiamo Furio ed al di là del nome ero un bambino come tutti, forse solo particolarmente timido. Particolarmente molto timido. Da sempre.
Dite è un elemento poco interessante. Si lo è. Ma è fondamentale, credetemi.
Quel giorno iniziò con il panettiere, da cui mia madre mi aveva mandato, che si stupiva per un nome tanto singolare.
Eppure “Furio” rispetto a tanti altri nomi, tipo “Ugo”, suonava meglio, quindi cosa voleva quel cazzo di panettiere da me? Ma ero timido e quindi non dissi nulla.
Qualche tempo dopo, invece, un signore piuttosto attempato mi pestò un piede in autobus. Avrei voluto reagire a quel dolore, ma come detto ero timido, molto timido, troppo timido, e non accennai nemmeno ad uno strilletto, una smorfia.
Allora lo guardai, lui non mi guardò, ed io per quella atavica timidezza viaggiai per tredici fermate con il suo piede, ad occhio un quarantacinque, sul mio, all’epoca appena un trentadue, senza dire alcunché.
Alla quattordicesima fermata, quando ormai quella sensazione di arto fantasma era diventata intollerabile, decisi fermamente di fare qualcosa. Ma ero timido, molto timido, troppo timido, per cui non mi sarei mai sognato di dire qualcosa, sia mai potessi essere scambiato per un maleducato.
Eppure il richiamo di una inequivocabile cancrena in atto mi fece capire che dovevo intervenire. Così, per non sembrare maleducato, concentrai tutta la mia forza Jedi verso quel signore nel tentativo di attirare la sua attenzione.
Spremetti le meningi per qualche minuto ma niente, e quando ormai ero sul punto di desistere, quel signore si girò.
«Cazzo ho dei poteri Jedi» pensai tra me e me.
Ed invece no. Il vecchiaccio si era girato solo per guardare il culo della ragazza che avevo davanti. Oh sia chiaro, davvero un signor culo degno di nota, uno dei migliori culi del creato probabilmente, oserei dire una prova dell’esistenza di Dio. Eppure ci rimasi molto male, non tanto perché il mio piede continuava a pulsare con sempre maggiore preoccupazione, ma più che altro perché sarebbe stato fichissimo essere uno Jedi.
Allora riprovai, questa volta con metodi meno stellari, a far notare il mio stato di semi amputazione al signor maiale, piazzando il mio volto sofferente tra il suo sguardo e il culo di quella signorina. Ribadisco, davvero un bel culo, per giunta, a memoria.
Il signore maiale, in quanto seppur il culo giustificasse cotanto interesse rimaneva pur sempre un vecchio guardone di culi minorenni, a quel punto mi scorse ed il suo volto godurioso volse ad uno da incazzo andante.
Ma durò poco: per quanto maiale ed attempato, il signore si rese conto che in quel volto che faceva da scudo a quelle chiappe pornografiche, c’era una smorfia, una incongruenza, un lascito di dolore inopportuno, un disaccordo che non poteva essere ignorato. Per cui mi osservò più dettagliatamente, io mi lasciai osservare, finché abbassando lo sguardo finalmente si accorse del danno.
«Scusami piccolo!» disse togliendo immediatamente l’arto offensivo.
«Mi scusi lei!», risposi io immediatamente, e non si sa bene per cosa, forse per aver interrotto la visione di quel culo così gradevole. «Signor maniaco» , avrei voluto aggiungere, se non fosse che, come detto, mi chiamo Furio e sono ancora dotato di quella eccezionale timidezza che mi ha reso zoppo per una settimana.
Eccezionale timidezza che fece si che i miei primi anni di vita furono piuttosto solitari. Al parco non parlavo con nessuno, a scuola non parlavo con nessuno, in autobus non parlavo con nessuno. Ero io stesso nessuno.
L’unico amico che avevo era mio padre, ed era una cosa fichissima in fondo. Anche perché mio padre era un tipo piuttosto giocherellone. Molto giocherellone. Troppo giocherellone.
Spesso quando la mamma non c’era, improvvisavamo partite di calcio in salotto. Perché il calcio era la sua più grande passione. Mi diceva «Furio mettiti in porta che facciamo due tiri!» ed io non mi facevo pregare, prendendo posizione tra la libreria e la cristalliera, l’unico lato semilibero del salotto.
Sempre spesso capitava che andassimo a trovare un suo amico, un certo “lferramenta”, per fagli vedere i cocci dell’elefante di porcellana che era sulla mensola, oppure del piatto Ming portato dalla cugina della mamma dalla Turchia, piatto che mio padre chiamava “piatto minch” , chiedendosi spesso «ma che minchia ci faceva un piatto Ming in Turchia?».
Un’altra volta toccò alla famigliola di gattini di Murano. Papà era davvero in forma quel pomeriggio. Mi mise in porta, scartò il ficus benjamin e calciò. Io non riuscii a parare, la palla colpì il il muro, rimbalzò, e si diresse verso quelle figure in vetro. Fu un eccidio.
Passavamo così molte giornate dal signor “lferramenta”, e mamma non si accorse mai di nulla.
Finché un giorno mio padre, in preda a crisi agonistica, cercando di segnare in stile “rovesciata delle figurine panini”, centrò una bottiglia alta un metro e dodici centimetri, regalo sempre della cugina della mamma, contenente cinque laghi di Bering sotto forma di vino. Per anni ho pensato che la sigla “l” ai lati delle bottiglie di vino stesse per “lago di Bering”, il mio lago preferito di quando ero piccolo, e quella ne aveva ben 5 al suo interno. Sempre anni dopo ho scoperto che il lago di Bering non esiste, e che è semplicemente lo stretto che divide America e Asia. Ora non so bene perché fossi convinto che fosse un lago, non so perché fossi convinto che la “l” ai lati delle bottiglie di vino indicasse il quantitativo di lago al loro interno, ma onestamente “lago di Bering” suonava davvero meglio di “stretto di Bering”. Chi sia poi ‘sto Bering ancora non lo so.
Tornando a noi, mentre guardavo lo spettacolo di quel vino che colorava il pavimento rosso rubino, mio padre rimase impietrito. Perché non si trattava di un affarino in vetro, non si trattava di un cazzetto in porcellana. Era una bottiglia di un metro e dodici centimetri. Piena di vino. O di lago, dipende dai punti di vista.
Ad ogni modo mio padre, lievemente in preda al panico, chiamò immediatamente “lferramenta” descrivendogli l’accaduto, ma questi, che era bravo, ma non veniva da Betlemme, né aveva preso l’abilitazione ai miracoli, rispose «ma che mi hai preso pe’ Gesùcccristo?».
Mia madre invece, a differenza di mio padre, era una donna tutta d’un pezzo, educata dai miei nonni stile disciplina tedesca della gioventù Hitleriana. E mio padre lo sapeva bene.
Mio padre infatti, nonostante non fosse particolarmente intelligente ma ben dotato di sano istinto di sopravvivenza, aveva capito dalla velata risposta de “lferramenta” che quella bottiglia era troppo grande, troppo rotta, e soprattutto era troppo tardi per farla riparare.
In sintesi si rese immediatamente conto che era fottuto. Troppo fottuto.
Quella sera la mamma tornò a casa e trovò me che pulivo per terra con della carta igienica e mio padre in ginocchio all’ingresso, con un mazzo di fiori.
«Puliamo tutto subito, te vai di là a rilassarti che ti ho preparato un bagno caldo» disse lui. Lei non abboccò, capì cosa era successo e furono guai. Anche perché andò a controllare tutti i fregnetti di porcellana e vetro delle credenze e scoprì che erano tutti crepati. Furono anche mazzate.
Ma nonostante le derive sadicamente dittatoriali di mia madre, c’era una giornata in cui mio padre aveva potere di vita e di morte su tutta la famiglia e quella giornata era la domenica pomeriggio.
Dalle ore 14:45 alle ore 17:30 circa, a seconda delle interviste, in casa doveva regnare un religioso silenzio. Nessuna aspirapolvere, lavatrice, lavastoviglie, e nemmeno il silkepil poteva essere usato durante quegli orari.
Il coprifuoco aveva inizio quando mio padre si recava in salone e, varcata la porta a vetri, si voltava per chiuderla lentamente. Una volta fatto ciò, provvedeva a sedersi sul divano e ad accendere la tv. Dopodiché recitava la frase fatidica, quella che rendeva ufficiale il coprifuoco.
«Gianna, sta pe’ inizia’!»
Mia madre, donna intelligente, ma soprattutto donna dotata di quello stesso istinto di sopravvivenza che connotava il marito, a quelle parole fuggiva nella camera da letto, chiudeva la porta, metteva le cuffie del walkman con il corso di inglese “hobby&work” e concedeva al marito quel periodo di tempo atto a sfogare ogni sua animalesca esigenza. Nelle quasi tre ore successive a mio padre era concesso, nella zona franca del salotto, di imprecare, ruttare, scoreggiare e persino stropicciare cuscini in maniera totalmente libera e provocatoria. In sintesi in quelle quasi tre ore mio padre era l’equivalente borgataro di Napoleone Bonaparte, versione Imperiale, e non versione Waterloo, quella di cui si fregiava solitamente.
Perché a mio padre gli potevi dire di tutto, e gli potevi fare di tutto. Ma quando giocava la Roma non ce n’era per nessuno. Quando giocava la Roma il tempo subiva una contrazione quantica in tinta giallorossa: nessuno poteva disturbarlo, nessuno poteva parlare, fare rumori, fiatare, telefonare, nemmeno pisciare. I più preferivano farla al bar, piuttosto che rischiare. Era concessa la respirazione, ma in ogni caso nessuno poteva entrare in salone. Tranne io.
Io e papà eravamo migliori amici, e questa ne era la prova più grande. Solo io avevo l’autorizzazione ad entrare in quel momento di totale ed incomprensibile sfogo calcistico, e la cosa mi rendeva davvero felice, anche perché fu una sua scelta quella di mettermi fin da piccolo accanto a lui mentre guardava le partite, perchè era un momento educativo, quasi spirituale, a cui teneva.
«Aò, te puoi fa’ l’avvocato, il ladro, il netturbino, ma non me diventa’ dà a Lazio!» diceva sempre.
Dà a Lazio, a Juve, er Milan. De tutti non potevo diventa’, dovevo essere romanista. Ma all’epoca a me non fregava nulla del calcio, preferivo stare semplicemente accanto a lui.
Eppure fu fortunato papà, perché a me quei colori piacquero comunque subito. Subito proprio.
E da subito iniziai a vedere le partite con lui. A tifare con lui, a mandare affanculo l’arbitro insieme a lui, a fargli le corna, ad urlare per un goal fatto e disperarmi per uno subito. Poi un giorno avvenne la tragedia.
«Noooo, un laziale noooo!»
Quel giorno venne annunciato Zdenek Zeman come nuovo allenatore della Roma e mio padre non la prese molto bene. Si chiuse in salone per tre giorni, mandandomi ad acquistare ogni mattina le copie del Corriere dello Sport, Gazzetta dello sport e Tuttosport, per incrociare le fonti e assicurarsi che non fosse un pesce d’aprile fuori tempo massimo.
Ma niente, era tutto vero, il nuovo allenatore della Roma era un Laziale. O almeno così la vedeva lui.
Perché la questione era che Zeman nei tre anni precedenti aveva allenato proprio la Lazio, e questa cosa non andava giù a molti. «Io nun ce lo voglio uno che ha allenato i pigiamati» diceva uno, «io nun ce lo voglio uno che ha allenato gli sbiaditi» diceva un altro.
Mio padre invece non diceva nulla. Era in stato catatonico. Mio padre era passato per tanti allenatori: italiani, stranieri, forti, scarsi. Ma mai nessuno che veniva dalla Lazio.
Il suo prototipo di mister ideale era Carletto Mazzone, romano e romanista. E invece ora gli toccava un ex Laziale, un ex sbiadito, un ex cugino, lui che manco i cugini veri sopportava. Era inconsolabile.
Io però ero piccolo, e non potevo sentirla come un’onta così enorme. Non lo capivo ancora. Ma nonostante tutto, quando sentivo come ne parlava papà con gli amici al telefono, non mi sembrava così male.
«Aò so preoccupato! Questo vuole gioca’ tutti all’attacco! Ma te rendi conto? Ah sì è vero, due anni fa la Lazio è andata bene… Sì però duecento gol fatti e quattrocento subiti! E poi… Sì er fuorigioco! La linea alta! Ma li sai li contropiedi che pijamo!»
Così parlava papà di Zeman agli amici, e in questo modo venni a conoscenza dell’esistenza del Maestro.
Eppure nonostante l’odio per l’altra squadra della capitale, nonostante i gol subìti, nonostante fosse un ex laziale, nonostante tutto la Roma faceva un gioco meraviglioso, e mio padre si innamorò come me di quell’allenatore così estremo, così votato allo spettacolo, e poco al risultato. La Roma prendeva una valanga di gol, ma ne faceva altrettanti, per cui passavo le domeniche a vedere mio padre che saltava di gioia e si incazzava poco dopo. Ed io con lui. Era fantastico.
Spesso lo assecondavo nelle sue reazioni, ma quello che catturava di più il mio interesse era lui, il Vate, con quel suo atteggiamento così rilassato, sempre in silenzio, immobile, con quella sigaretta in bocca che non finiva mai e che mi faceva pensare che fosse un mago per fare un trucco così.
Nel frattempo avevo iniziato ad andare a scuola, ed essere della Roma mi aiutava a fare amicizia con altri bambini, mi aiutava a superare la mia timidezza. Ed io li sceglievo tutti della Roma, altrimenti come glielo potevo dire a mio padre che avevo un amico della Lazio? E non solo iniziai a fare amicizia con altri bambini, ma iniziai pure a maturare l’idea della fidanzatina. Sempre della Roma.
Così un giorno, durante una partita, decisi di chiedere a mio padre un consiglio su una bambina che mi piaceva a scuola.
Mio padre mi guardò, io lo guardai. Lui mi riguardò, male, malissimo, ma io lo riguardai perché era il migliore amico che avevo ed un migliore amico c’è sempre nel momento del bisogno.
Allora mio padre, che era il miglior papà del mondo quando non era in modalità “Forza Roma”, mi guardò di nuovo e rispose, ma non come mi aspettavo.
«Aò Furio, e mo’ no eh! Famme vede la partita!»
Mi sentii un Laziale. ‘Na cosa brutta davvero.
Quella volta, nonostante mio padre fosse l’unico amico che avevo, nonostante passassimo le giornate a spaccare cose per casa, scherzare, ridere, insultare arbitri e avversari, nonostante mi educasse in maniera così sana, io capii che per quanto fossimo amici, non ci sarebbe potuto essere sempre per me. E la cosa mi faceva incazzare enormemente.
Pensai allora di chiedere consiglio all’altro coinquilino della casa, mia madre. Ma mia madre non solo era donna, e certe cose sono da uomini, ma a causa della sua educazione ex gestapo non era la persona più indicata per parlare di sentimenti.
Rimasi così da solo a pensare cosa fare con quella bambina tanto carina che incontravo ogni giorno a scuola. Finché un giorno, proprio mentre ero a scuola durante la ricreazione, successe. Ero lì a rimuginare sul da farsi quando Lui apparve e disse: «Vai da bambina tonto.»
Io rimasi attonito. Mi guardai intorno più di una volta. Strabuzzai gli occhi, me li strofinai, li riaprii, ma niente da fare, lui rimaneva lì. Nella scuola elementare di via Luigi Visconti XIV, chiamato confusamente il re sole, accanto a me apparve Zdenek Zeman. In sigaretta e ossa. Quasi ossa.
«Da oggi in poi io alleno, ma tu scende in campo».
Ebbene si. Non so bene cosa successe, per quale motivo, e come, ma andò proprio così. C’era chi aveva come migliore amico immaginario un coniglio gigante, chi un Orso. Beh, da quel giorno e per lungo tempo, il mio miglior amico divenne Zdenek Zeman.
E se quello che avevo imparato in quei pochi anni di vita fu che la vita era un gioco, quello che non sapevo era che il Maestro l’avrebbe trasformato in un gioco da giocare sempre all’attacco.

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