L'incoscienza di Zeman - Capitolo III

11개월 전

CAPITOLO III
LA DIFESA

“Se fai 90 gol non ti preoccupi di quanti ne prendi”

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Come detto, fino al giorno dell’apparizione ero un bambino terribilmente introverso.
Avevo affrontato la vita seguendo le orme di mio padre, ma come detto c’erano alcuni momenti in cui quelle orme era meglio non seguirle. Però, una volta apparso il Maestro, cambiarono le carte in tavola. Cioè, non è che cambiarono. Era più che altro che fino a quel momento ero stato un giocatore di scopa con tre assi in mano. Ora sentivo di poter diventare non dico un giocatore di poker, ma almeno uno di briscola.
La caratteristica del mio rapporto con il Maestro era determinata non tanto dalla sua onnipresenza, quanto dal fatto che ogni qualvolta che interveniva con un consiglio, lo faceva a modo suo.
«Se avversario vuole correre, noi corriamo, ma per fare fuorigioco»
Onestamente quando il Vate mi diceva così, io lo guardavo, gli sorridevo, ed annuivo. Ma il più delle volte non capivo che cazzo volesse dire. Innanzitutto chi cazzo era sto avversario? Chi doveva correre? Io e lui? Tutta la famiglia? Il condominio intero? E soprattutto, che cazzo era un fuorigioco?
Spesso mi parlava in questo modo quando mi trovavo di fronte a decisioni che non sapevo prendere, e quindi oltre a dover decidere cosa fare, mi toccava pure perdere del tempo a capire i messaggi del Vate, che sicuramente aveva ragione, in fondo mica si diventa Maestri del giuoco del calcio per caso.
Ora se la prima volta che capii le sue parole era stata a quella cena, iniziai ad interpretarle nel modo più corretto e utile rispetto le mie necessità quando mi soprese a guardare gli altri bambini che giocavano ad una “tedesca”. Per chi non lo sapesse una “tedesca” a sette anni non è una donna bionda e di solito fregna, bensì un gioco in cui si deve segnare con due passaggi consecutivi al volo.
Detta così all’epoca “la tedesca” risultava un gioco nobile, tecnico, un’esaltazione del calcio. A vederla oggi no.
“La tedesca” non è affatto un modo per imparare a palleggiare, segnare di testa, di spalla, di culo. “La tedesca” è solo un modo per poter tirare delle fucilate in faccia al portiere di turno, di umiliarlo con i gol più improbabili e anche se il malcapitato riusciva ad uscire da quella porta, c’era sempre quel bastardo che fingeva di cascare per non prendere il suo passaggio, lasciarlo finire fuori, così da farlo tornare in porta a prendere pallonate ed umiliazioni. In sintesi “la tedesca” era una finestra sulla vita.
Ma all’epoca ero giovane ed inesperto, per cui capitava spesso che io scendessi sotto casa per incontrare qualcuno con cui giocare a tedesca. Ma ricordate? Ero timido, molto timido, per cui non avevo mai il coraggio di chiedere agli altri bambini di poter giocare con loro. Così una volta, mentre ero lì a fare lo spettatore, il Maestro apparì al mio fianco, mi guardò, fece un tiro dalla sigaretta ed intervenne.
«Calcio è gioco da giocare con amici»
Ma io non ne avevo di amici.
«E se tu non ha amici, allora tu compra palla. Con palla tu ti fa amici» rispose, leggendomi nel pensiero. L’indomani seguii il consiglio del Vate e chiesi a mio padre di comprarmi un pallone. Lui fu contento che gli avessi finalmente chiesto tale acquisto e mi portò in un negozio di giocattoli. Erano esposti vari palloni, ma io ne volevo uno serio, uno vero, non di quelli che andavano a vento.
«Voglio quello!» urlai a mio padre.
«Quello?»
«Sì, quello!»
«Sicuro?»
«Sì!»
Mio padre non era molto convinto della mia scelta, eppure me lo comprò, più che altro perché avrei finalmente perso i pomeriggi a giocare sotto casa e lui e la mamma avrebbero potuto trombare di nuovo. Almeno questo era il suo pensiero visto che alla mamma di trombare non gli andava manco per il cazzo.
Ma perché mio padre mi aveva chiesto se ero sicuro? Lo scoprii presto, ma il motivo dei suoi dubbi era semplice. Avevo scelto un “Tango”.
Il “Tango”: il pallone più pesante della storia. Nonostante fosse un pallone di gomma, caratteristica del “Tango” era
la sua fisica del tutto incomprensibile. A calciarlo volava via come una piuma, ma aveva una fisicità al di fuori di ogni legge terrena che lo rendeva pesantissimo quando toccava terra, peso che non è mai stato definito con esattezza.
Per queste sue peculiari caratteristiche nessuno si azzardava a mettere un piede quando era in fase discendente, né di provare a colpirlo di testa su un cross troppo forte.
Ma io non lo sapevo, ed ero troppo piccolo per comprendere la fisica di quell’oggetto, tanto bello quanto mortale. Inoltre secondo il Vate era arrivato il momento di farmi degli amici, così il giorno dopo scesi di casa con quel pallone tra le mani, girai l’angolo andando verso il parco, e vidi in lontananza i soliti bambini che giocavano alla “tedesca”. Il cielo era azzurro, faceva caldo, un piccione stava cagando sulla spalla di un vecchio addormentatosi sulla panchina, ed in lontananza si sentiva distintamente la voce di mia madre che urlava a mio padre «non ci pensare proprio!», probabilmente mentre lui provava a montarsela. Era davvero il momento perfetto per farsi nuovi amici e non tornare più a casa. Così mi avvicinai sempre di più a loro, finché mi notarono.
«Che bello! Ma è tuo quel pallone?» disse uno di loro. «Certo!» risposi io, fingendo disinteresse.
Ora io ero un po’ tonto, ma l’acquisto del “Tango” era stato premeditato. I tre pivelli erano infatti abituati ad un “Super Tele”, pallone veramente scrauso che aveva un colore di merda, andava a vento, e soprattutto veniva portavo da un certo Guido, un trippone antipatico con una faccia piena di sudore e pustole, uno che mi andò immediatamente sul cazzo, non tanto per il suo aspetto da supplì con le gambe, non tanto per il fatto che era una pippa clamorosa, ma si ostinava a vestirsi con un completo del brasile e il numero dieci addosso, come a dire “sono un fenomeno”; non tanto per la fascetta in fronte per il sudore; non tanto per il fatto che anche se bambino aveva già la barba. Non era per tutte queste incongruenze esistenziali che mi era andato profondamente sul cazzo, quanto per il nome: Guido. Sì, perché io mi chiamavo Furio, un nome strano è vero, ma questo si chiamava GUIDO.
Guido capito?
Quando seppi che si chiamava Guido pensai che non mi trovavo di fronte ad un nome di persona, ma ad un VERBO applicato ad una massa informe di adipe. Ma poi Guido cosa? Guido la macchina? Il treno? La moto? Che cazzo guidi Guido?!?
Ma poi perché un genitore deve chiamare un figlio Guido? Sei un bastardo, uno che si vuole vendicare, uno che ti ha concepito quel giorno che voleva soltanto farsi una sana trombata ed invece ha messo incinta la moglie e allora «mi hai rovinato la scopata, e io ti chiamo Guido!». Insomma quel nome, associato ad un fisico così bizzarro e gelatinoso mi aveva fatto uscire di testa. In pratica avevo comprato il “Tango” non tanto per farmi degli amici, quanto per sfidare quello che non poteva che essere eletto a mio acerrimo nemico, visto il nome più strano del mio. Ma torniamo a noi.
«O ma vuoi giocare con noi?» fece un altro, mentre Guido faceva una smorfia cicciona con il suo viso obeso. «Certo!» risposi io, di nuovo. Così feci per lanciare la palla, ma poi ci pensai meglio e mi ricordai: io non avevo mai calciato una palla.
Mi fermai un istante, ma non poteva durare troppo quell’istante perché i ragazzi non aspettavano altro che quel maledetto lancio e perché Guido mi guardava con quegli occhi semichiusi uccisi dall’adipe che si accumulava sulle sue palpebre bulimiche e quello che doveva essere un ghigno. Ma non si capiva bene perché era cicciona pure la bocca.
Allora a quel punto mi girai in cerca del Maestro, lui apparve, lo guardai e lui rispose.
«Non preoccupare te. Per corretto calcio a palla tu solo tira indietro gamba e poi con massima forza colpisci palla con punta di piede.»
Annuii. Convinto stavolta. Davvero dico. Sembrava facile. Tiro indietro la gamba, massima forza e colpisco. Da paura. Eppure io non lo sapevo, ma in quel momento il Vate mi aveva appena spiegato come effettuare una perfetta puntata omicida.
Nonostante la convinzione preferii passare la palla di mano al bambino che mi era più vicino, ed iniziai così a giocare, sotto lo sguardo attento del Maestro, che mi indicava dove meglio posizionarmi.
Gli altri bambini iniziarono con un paio di passaggi tra di loro, mentre Guido era in porta in attesa di un tiro. D’altronde essendo più largo che alto, gli riusciva semplice parare.
Uno, due, tre, quattro passaggi, poi al quinto scambio la palla viene passata a me.
«Tira gamba all’indietro, poi con massima forza colpisci palla con punta di piede» ordinò il Maestro e così feci. La punta del piede impattò all’esatto centro del pallone. La forza fu tale che sentii chiaramente come questo avvolse parte del mio piede, mentre l’alluce si comprimeva fino allo scrocchiare. Riuscii a prendere così bene la palla che percepii chiaramente come il pallone stesse per staccarsi dalla mia estremità con vigore e accelerazione non comune. In sintesi caricai una fucilata mostruosa.
La palla si staccò dal piede ad una velocità e forza tale che neanche Mark Landers utilizzando Bruce Harper e i denti dei gemelli Derrik come scudo avrebbe mai provato a contrastare quel tiro, e partì dritta verso la porta.
Durò un attimo di secondo quel tragitto, prima che la palla impattasse contro la faccia cicciona di Guido, il quale venne sbalzato di qualche metro e cadde a terra. Ci avvicinammo e Guido non si muoveva. Pensai di averlo ucciso, o almeno lo pensammo tutti per qualche secondo. Poi però, una volta verificato che respirava, divenni improvvisamente il più simpatico del quartiere. Primo perché avevo portato una palla più bella del super tele di Guido. Secondo perché non solo era più bella e non andava a vento, ma era anche una palla con cui potevi uccidere temporaneamente qualcuno, e questa modalità fatality rendeva il gioco più divertente. Terzo perché ora i bambini potevano fare a meno di quel ciccione di Guido, che stava sul cazzo un po’ a tutti.
Ma quello che nessuno seppe di quel giorno è che io neanche volevo tirare in porta. Volevo solo spazzare via la palla, prima che me la rubassero. Volevo solo giocare in difesa.
Ma il mio Maestro era Zdenek Zeman, per cui la parola difesa non dovevo neanche proferirla.
La volta dopo mi spiegarono che a “Tedesca” non esiste la difesa, ma sapendo tirare solo di punta continuai a cannoneggiare a cazzo fingendo che fosse il mio stile di tiro quello della fucilata mortale. E nessuno si lamentò, in fondo la scena di Guido riverso per terra era stata divertente un po’ per tutti.
Ah, dimenticavo, Guido quel giorno poi l’hanno portato all’ospedale.
Non vi preoccupate, è ancora vivo.
E grasso.

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